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giovedì 13 novembre 2014

L’Italia che investe nell’Italia: le attività di CDP in 4 siti e un video



Il tempo di uno spot per cominciare. Quattro minisiti per conoscere meglio Cassa depositi e prestiti. L’Istituto esordisce nel mondo dell’advertising per raccontare la sua lunga storia e il ruolo che svolge ogni giorno per sostenere il Paese. 
Lo fa con una campagna integrata, concepita da Publicis e pianificada da OMD, che va dai periodici alla televisione,  arrivando fino al web. Lo spot, affidato alla casa di produzione Akita, con la regia di Ago Panini e la fotografia di LSD, è scandito dalla voce di uno degli attori italiani più amati, Giancarlo Giannini.
CDP è “L’Italia che investe nell’Italia”. Una frase e un’idea che fanno da filo conduttore non solo alle immagini che scorrono sugli schermi televisivi, ma anche ai minisiti web creati per l’occasione: le pagine sostegno agli enti locali e alla scuola, social housing e la valorizzazione degli immobili, sostegno alle imprese e reti e trasporti sono state create per offrire un quadro completo dell’attività di CDP. Un’attività fatta di investimenti in favore degli imprenditori che desiderano crescere. E al fianco degli enti pubblici che vogliono offrire ai cittadini una vita migliore.

venerdì 4 aprile 2014

La Bce non tocca i tassi. La disoccupazione ancora alta

Mario Draghi dice che "la ripresa procede". Speriamo che sia realmente così...
Di seguito un pezzo tratto dall'articolo di ieri del Sole 24 Ore.

«La ripresa procede» e si conferma la previsione di un «prolungato periodo di bassa inflazione» seguito da una normalizzazione. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi dopo che il direttivo ha lasciato invariati i tassi allo 0,25%. L'ultimo taglio deciso dalla Bce risale al novembre scorso, quando il tasso di riferimento è stato abbassato di un quarto di punto al livello attuale che rappresenta un minimo storico per l'Eurozona. Il tasso sui prestiti marginali viene confermato allo 0,75% e quello sui depositi overnight delle banche presso la Bce a zero.

L'alta disoccupazione rischia di diventare strutturale

Draghi ha poi aggiunto che la «disoccupazione resta troppo elevata, il gap produttivo alto». Si conferma nell'area euro «una crescita moderata» ma «restano rischi al ribasso» per la crescita. I rischi geopolitici hanno il potenziale per influenzare negativamente l'economia dell'Eurozona.«La mia paura maggiore si è in un certo senso già avverata e cioè quella di una stagnazione prolungata con livelli di disoccupazione elevati», confessa Draghi sottolineando - a proposito del tasso di senza lavoro - che «più a lungo resta alto, maggiore è il rischio che questa disoccupazione diventi strutturale».

«Inflazione bassa influenzata dalla Pasqua alta»
Draghi non vede rischi futuri di deflazione e ha sottolineato che il dato di inflazione basso a marzo (0,5% nell'Eurozona) è stato influenzato anche dalla Pasqua alta. «Quest'anno Pasqua cade molto più tardi» che nel 2013 e siccome «intorno a Pasqua la spesa per i servizi sale» questo spiega perche «il dato marzo sull'inflazione è stato più basso e quello di aprile sarà più alto».

venerdì 14 marzo 2014

Draghi: pronti ad agire contro il super euro. La moneta unica cala a 1,38

Leggevo l''articolo seguente sul Sole 24 Ore e ho pensato potessere essere interessante condividerlo.

La forza dell'euro sta diventando «sempre più rilevante» sulle decisioni della Bce e il presidente Mario Draghi ha riaffermato che l'istituzione «sarà pronta ad agire con misure decisive, se necessario». Una presa di posizione che conferma il crescente disagio dell'istituzione per l'accelerazione dei rialzi dell'euro, seguito all'assenza di misure espansive, la scorsa settimana, proprio dall'Eurotower. Disagio che negli ultimi giorni è stato manifestato da vari esponenti del Consiglio direttivo.

Ultimo, oggi, perfino l'arcifalco Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, che facendo eco ad alcuni suoi colleghi aveva affermato che ulteriori apprezzamenti dell'euro potrebbero spingere la Bce ad ammorbidire la sua linea. Il tutto mentre la valuta condivisa è risalita sopra la soglia di 1,39 dollari, come venerdì scorso, sui massimi dall'ottobre 2011 e con un picco di seduta a 1,3965. La forza dell'euro rischia di frenare la ripresa economica, rendendo meno competitivo l'export verso i paesi extra Unione, e di deprimere ulteriormente una inflazione ritenuta già troppo bassa dalla Bce.

Nel suo intervento alla cerimonia di conferimento del premio in ricordo dell'economista Joseph Schumpeter, a Vienna, Draghi ha ricordato che l'istituzione si è impegnata a tenere i tassi di interesse ai livelli attuali, o più bassi a lungo. E ha affermato che se l'economia procederà come previsto su una progressiva ripresa, mentre l'inflazione risalirà lentamente dallo 0,8% attuale a livelli più vicini al 2%, da questa linea morbida risulterà un «abbassamento dei tassi di interesse reali». Si tratta del livello dei tassi di riferimento ufficiali al netto dell'inflazione. Inoltre «il differenziale reale dei tassi tra l'area euro e il resto de mondo probabilmente si ridurrà, creando pressioni ribassiste sui cambi» dell'euro, ha aggiunto il capo della Bce.

Draghi ha poi rilevato che comunque al momento i rischi di deflazione sono «piuttosto limitati» (usando una terminologia forse più morbida anche in questo caso rispetto alle ultime settimane). E che più a lungo durerà la bassa inflazione maggiori saranno i rischi. Ha infine precisato cosa potrebbe innescare un intervento della Bce: se si dovessero evidenziare attese generalizzate del pubblico su futuri cali dei prezzi.

Dopo la chiusura di Wall Street l'euro viene scambiato a 1,3869 dollari, in calo proprio grazie alle parole di Draghi.


mercoledì 22 gennaio 2014

Piazza Affari, rotta sui massimi 2007

Per Piazza Affari ci sono ancora ampi margini di crescita. La Repubblica ce lo spiega qui.

Due anni in crescendo ma senza strappi per il listino azionario italiano. Nel 2012, in base all’indice Ftsemib, Piazza Affari era salita del 7,85% mentre l’anno scorso il suo rialzo è raddoppiato al +16,56%. Nelle prime due settimane di quest’anno, l’indice ha allungato fino a 19.569 punti il 9 gennaio scorso segnando un ulteriore +3,17% da inizio 2014.
Tuttavia, nonostante queste buone performance, ci sono ancora ampi margini di crescita: basti pensare che mentre l’indice Dax di Francoforte e l’S&P500 di Wall Street hanno già più volte ritoccato i rispettivi record storici di sempre, Piazza Affari dista ancora molto dai propri livelli massimi. Per ritoccare il picco record del 2007, infatti, il Ftsemib dovrebbe salire dagli attuali valori addirittura di oltre il 120%.

Anche per questo, molte case d’investimento internazionali che consigliano ai propri clienti di puntare nel 2014 soprattutto sull’equity Europa, raccomandano di sovrappesare nei portafogli l’esposizione su Piazza Affari. Con un ulteriore suggerimento da parte nostra: quello di affidarsi a gestori attivi specializzati che abbiano dimostrato di sapere creare valore aggiunto con i fondi da essi gestiti.

Gestori come quelli, per fare qualche esempio concreto, che dirigono i comparti FF Italy Fund, Schroder ISF Italian Equity, Credit Suisse Equity Fund Italy, Pioneer Funds -  Italian Equity, che hanno saputo negli ultimi tre anni destreggiarsi tra gli alti e bassi del listino azionario milanese. Hanno cioè saputo selezionare aziende trascurate dal mercato, scartare società sopravvalutate, senza trascurare di puntare con determinazione sulle mid e small cap, le tipologie di titoli che meglio si sono comportate in Borsa negli ultimi due anni.

lunedì 11 novembre 2013

Mercati emergenti: cosa è cambiato dopo il Fome meeting di settembre

Un momento di respiro: questo è ciò che hanno ottenuto gli emergenti dopo il posticipo del tapering, secondo gli analisti intervistati da Fondi&Sicav.
Soren Beck-Petersen di Hsbc Global Asset Management, spiega:
"Prima della riunione del Fomc le azioni degli emergenti avevano già cominciato a recuperare, man mano che i dati economici suggerivano una stabilizzazione della crescita nei principali mercati, Cina in particolare. Crediamo che la decisione di posticipare il tapering fornirà probabilmente un ulteriore supporto alle azioni dei mercati emergenti per il resto dell'anno".
La stessa opinione è confermata da Robert Rausch, il responsabile della direzione investment solutions di Banca Esperia, la boutique finanziaria guidata da Andrea Cingoli:
"Il rally dei mercati azionari degli emergenti e iniziato alla fine di Maggiore stabilità, ma di breve durata  I paesi emergenti agosto, ossia molto in anticipo rispetto alle dichiarazioni rilasciate da Bernanke che hanno poi fornito ulteriore spinta ai listini azionari; l'effetto principale è stato legato ai tassi di interesse dei quali si è verificata una discesa dopo l'annuncio che il tapering verrà posticipato a data da destinarsi".

giovedì 7 novembre 2013

Mercati emergenti: nessun boom all'orizzonte

"I mercati emergenti - scrive Fondi & Sicav - sembrano usciti da una delle crisi peggiori della loro storia recente. Infatti tutta la prima parte del 2013 è stata difficoltosa, con alcune piazze particolarmente fragili, come Brasile, Indonesia e India, che a un certo punto hanno fatto temere il crack. Dietro questi problemi vi sono ragioni ormai ben note: il rallentamento strutturale cinese, i deficit delle partite correnti di alcuni paesi ancora poco competitivi a livello industriale, nonché l'estate di ribassi obbligazionari."
Secondo alcuni analisti, la crescita degli utili dovrebbe attestarsi intorno al 12%.
Robert Rausch, responsabile della direzione investment solutions di Banca Esperia, la Private Bank guidata da Andrea Cingoli, precisa: "Questo incremento sarà guidato di pari passo dalle imprese che producono beni di consumo e dalle industrie che, grazie al deprezzamento delle valute avvenuto negli ultimi tempi, hanno recuperato cornpetitività. Rispetto ad alcuni anni fa il tessuto industriale dei paesi emergenti è cambiato notevolmente: nell'ultimo periodo queste nazioni hanno costruito una solida base anche nel settore dei consumi e dei servizi e le loro esportazioni sono ora molto diversificate".

martedì 15 ottobre 2013

Bond: Blackrock, torneremo a investire su Italia se spread si allarga


Se lo spread si allargherà, ci spiega il Corriere della Sera, si tornerà ad investire sull'Italia.

Blackrock sul mercato obbligazionario e' "neutrale su Italia e Spagna", mentre preferisce Irlanda, Portogallo e Slovenia e complessivamente e' "positivo sulla periferia dell'Eurozona". Cosi' ha spiegato, nel corso di una conferenza stampa a Milano, Andrea Vigano', country head Blackrock Italia. "La visione di fondo di Blackrock sull' Italia e' sempre stata molto positiva, ora e' meno attraente visto il restringimento dello spread, anche se la visione di fondo resta comunque positiva. Le valutazione sono piu' o meno corrette. Se lo spread si allargherà torneremo a investire", ha precisato Vigano' spiegando che l'Italia e' un "paese patrimonialmente piu' solido" a livello complessivo di debito, risparmio famiglie, banche. "Il problema e' la velocita' di crescita molto bassa, che richiede ulteriori riforme per essere accelerata".

lunedì 7 ottobre 2013

Dagli Usa si vede un Toro in Europa

Su Morningstar qualche bagliore di speranza: la crisi europea piano piano si sta risanando.


Gli americani credono alla fine della crisi in Europa. E si fanno venire l’appetito per gli asset del Vecchio continente. Secondo uno studio di Goldman Sachs, gli investitori Usa fra gennaio e maggio di quest’anno hanno comprato azioni europee per 65 miliardi di dollari. Si tratta del valore più alto da prima dello scoppio delle crisi finanziarie. La scelta degli operatori yankee si basa principalmente su due considerazioni: il miglioramento dello scenario macro e le valutazioni dell’equity.

“Il recupero dell’Europa sta cominciando ad autoalimentarsi ed ha sempre meno bisogno dei piani di aiuto delle istituzioni internazionali”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar. “I consumatori e le aziende iniziano a sentirsi più sicuri. In questo senso aiutano sia l’allentamento di alcune misure di austerità che la ripresa delle esportazioni verso alcune zone emergenti”.

Situazione fragile
Questo, tuttavia, non significa che lo scenario sia tranquillo. “La situazione in Europa resta fragile per diverse ragioni”, spiega uno studio di Invesco. “La crescita del quarto trimestre potrebbe essere messa in discussione dai numeri sulla produzione industriale di luglio (-1,7%) che hanno annullato il +1,5% messo a segno a giugno. Alcuni paesi periferici, inoltre hanno bisogno di altri aiuti per venire a capo del debito. E’ vero che la recessione è finita, ma alcuni stati devono ancora fare i conti con un rapporto fra debito e Pil superiore al 100% che agisce da zavorra nei confronti della crescita economica”.

Le valutazioni
“Su base globale, in particolare contro gli Stati Uniti, le valutazioni sono interessanti e siamo ancora una volta in grado di trovare un numero crescente di opportunità di investimento”, spiega una nota firmata da Mark Burgess, Chief investment officer di Threadneedle Investments. “Con la crescita globale che sta diventando più robusta di quanto non lo sia stata da qualche tempo, la prospettiva per molti dei campioni mondiali quotati sul mercato europeo è migliorata e siamo diventati più ottimisti verso questa asset class muovendoci verso la posizione neutrale. Per cambiare le nostre previsioni da neutrale a sovrappeso, però, avremmo bisogno di vedere una maggiore ripresa per l'economia europea sottostante”.




Gli americani credono alla fine della crisi in Europa. E si fanno venire l’appetito per gli asset del Vecchio continente. Secondo uno studio di Goldman Sachs, gli investitori Usa fra gennaio e maggio di quest’anno hanno comprato azioni europee per 65 miliardi di dollari. Si tratta del valore più alto da prima dello scoppio delle crisi finanziarie. La scelta degli operatori yankee si basa principalmente su due considerazioni: il miglioramento dello scenario macro e le valutazioni dell’equity.
“Il recupero dell’Europa sta cominciando ad autoalimentarsi ed ha sempre meno bisogno dei piani di aiuto delle istituzioni internazionali”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar. “I consumatori e le aziende iniziano a sentirsi più sicuri. In questo senso aiutano sia l’allentamento di alcune misure di austerità che la ripresa delle esportazioni verso alcune zone emergenti”.
Situazione fragileQuesto, tuttavia, non significa che lo scenario sia tranquillo. “La situazione in Europa resta fragile per diverse ragioni”, spiega uno studio di Invesco. “La crescita del quarto trimestre potrebbe essere messa in discussione dai numeri sulla produzione industriale di luglio (-1,7%) che hanno annullato il +1,5% messo a segno a giugno. Alcuni paesi periferici, inoltre hanno bisogno di altri aiuti per venire a capo del debito. E’ vero che la recessione è finita, ma alcuni stati devono ancora fare i conti con un rapporto fra debito e Pil superiore al 100% che agisce da zavorra nei confronti della crescita economica”.
Le valutazioni“Su base globale, in particolare contro gli Stati Uniti, le valutazioni sono interessanti e siamo ancora una volta in grado di trovare un numero crescente di opportunità di investimento”, spiega una nota firmata da Mark Burgess, Chief investment officer di Threadneedle Investments. “Con la crescita globale che sta diventando più robusta di quanto non lo sia stata da qualche tempo, la prospettiva per molti dei campioni mondiali quotati sul mercato europeo è migliorata e siamo diventati più ottimisti verso questa asset class muovendoci verso la posizione neutrale. Per cambiare le nostre previsioni da neutrale a sovrappeso, però, avremmo bisogno di vedere una maggiore ripresa per l'economia europea sottostante”.
- See more at: http://www.morningstar.it/it/news/112450/dagli-usa-si-vede-un-toro-in-europa.aspx#sthash.2MFIFThn.dpuf
Gli americani credono alla fine della crisi in Europa. E si fanno venire l’appetito per gli asset del Vecchio continente. Secondo uno studio di Goldman Sachs, gli investitori Usa fra gennaio e maggio di quest’anno hanno comprato azioni europee per 65 miliardi di dollari. Si tratta del valore più alto da prima dello scoppio delle crisi finanziarie. La scelta degli operatori yankee si basa principalmente su due considerazioni: il miglioramento dello scenario macro e le valutazioni dell’equity.
“Il recupero dell’Europa sta cominciando ad autoalimentarsi ed ha sempre meno bisogno dei piani di aiuto delle istituzioni internazionali”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar. “I consumatori e le aziende iniziano a sentirsi più sicuri. In questo senso aiutano sia l’allentamento di alcune misure di austerità che la ripresa delle esportazioni verso alcune zone emergenti”.
Situazione fragileQuesto, tuttavia, non significa che lo scenario sia tranquillo. “La situazione in Europa resta fragile per diverse ragioni”, spiega uno studio di Invesco. “La crescita del quarto trimestre potrebbe essere messa in discussione dai numeri sulla produzione industriale di luglio (-1,7%) che hanno annullato il +1,5% messo a segno a giugno. Alcuni paesi periferici, inoltre hanno bisogno di altri aiuti per venire a capo del debito. E’ vero che la recessione è finita, ma alcuni stati devono ancora fare i conti con un rapporto fra debito e Pil superiore al 100% che agisce da zavorra nei confronti della crescita economica”.
Le valutazioni“Su base globale, in particolare contro gli Stati Uniti, le valutazioni sono interessanti e siamo ancora una volta in grado di trovare un numero crescente di opportunità di investimento”, spiega una nota firmata da Mark Burgess, Chief investment officer di Threadneedle Investments. “Con la crescita globale che sta diventando più robusta di quanto non lo sia stata da qualche tempo, la prospettiva per molti dei campioni mondiali quotati sul mercato europeo è migliorata e siamo diventati più ottimisti verso questa asset class muovendoci verso la posizione neutrale. Per cambiare le nostre previsioni da neutrale a sovrappeso, però, avremmo bisogno di vedere una maggiore ripresa per l'economia europea sottostante”.
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Gli americani credono alla fine della crisi in Europa. E si fanno venire l’appetito per gli asset del Vecchio continente. Secondo uno studio di Goldman Sachs, gli investitori Usa fra gennaio e maggio di quest’anno hanno comprato azioni europee per 65 miliardi di dollari. Si tratta del valore più alto da prima dello scoppio delle crisi finanziarie. La scelta degli operatori yankee si basa principalmente su due considerazioni: il miglioramento dello scenario macro e le valutazioni dell’equity.
“Il recupero dell’Europa sta cominciando ad autoalimentarsi ed ha sempre meno bisogno dei piani di aiuto delle istituzioni internazionali”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar. “I consumatori e le aziende iniziano a sentirsi più sicuri. In questo senso aiutano sia l’allentamento di alcune misure di austerità che la ripresa delle esportazioni verso alcune zone emergenti”.
Situazione fragileQuesto, tuttavia, non significa che lo scenario sia tranquillo. “La situazione in Europa resta fragile per diverse ragioni”, spiega uno studio di Invesco. “La crescita del quarto trimestre potrebbe essere messa in discussione dai numeri sulla produzione industriale di luglio (-1,7%) che hanno annullato il +1,5% messo a segno a giugno. Alcuni paesi periferici, inoltre hanno bisogno di altri aiuti per venire a capo del debito. E’ vero che la recessione è finita, ma alcuni stati devono ancora fare i conti con un rapporto fra debito e Pil superiore al 100% che agisce da zavorra nei confronti della crescita economica”.
Le valutazioni“Su base globale, in particolare contro gli Stati Uniti, le valutazioni sono interessanti e siamo ancora una volta in grado di trovare un numero crescente di opportunità di investimento”, spiega una nota firmata da Mark Burgess, Chief investment officer di Threadneedle Investments. “Con la crescita globale che sta diventando più robusta di quanto non lo sia stata da qualche tempo, la prospettiva per molti dei campioni mondiali quotati sul mercato europeo è migliorata e siamo diventati più ottimisti verso questa asset class muovendoci verso la posizione neutrale. Per cambiare le nostre previsioni da neutrale a sovrappeso, però, avremmo bisogno di vedere una maggiore ripresa per l'economia europea sottostante”.
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Gli americani credono alla fine della crisi in Europa. E si fanno venire l’appetito per gli asset del Vecchio continente. Secondo uno studio di Goldman Sachs, gli investitori Usa fra gennaio e maggio di quest’anno hanno comprato azioni europee per 65 miliardi di dollari. Si tratta del valore più alto da prima dello scoppio delle crisi finanziarie. La scelta degli operatori yankee si basa principalmente su due considerazioni: il miglioramento dello scenario macro e le valutazioni dell’equity.
“Il recupero dell’Europa sta cominciando ad autoalimentarsi ed ha sempre meno bisogno dei piani di aiuto delle istituzioni internazionali”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar. “I consumatori e le aziende iniziano a sentirsi più sicuri. In questo senso aiutano sia l’allentamento di alcune misure di austerità che la ripresa delle esportazioni verso alcune zone emergenti”.
Situazione fragileQuesto, tuttavia, non significa che lo scenario sia tranquillo. “La situazione in Europa resta fragile per diverse ragioni”, spiega uno studio di Invesco. “La crescita del quarto trimestre potrebbe essere messa in discussione dai numeri sulla produzione industriale di luglio (-1,7%) che hanno annullato il +1,5% messo a segno a giugno. Alcuni paesi periferici, inoltre hanno bisogno di altri aiuti per venire a capo del debito. E’ vero che la recessione è finita, ma alcuni stati devono ancora fare i conti con un rapporto fra debito e Pil superiore al 100% che agisce da zavorra nei confronti della crescita economica”.
Le valutazioni“Su base globale, in particolare contro gli Stati Uniti, le valutazioni sono interessanti e siamo ancora una volta in grado di trovare un numero crescente di opportunità di investimento”, spiega una nota firmata da Mark Burgess, Chief investment officer di Threadneedle Investments. “Con la crescita globale che sta diventando più robusta di quanto non lo sia stata da qualche tempo, la prospettiva per molti dei campioni mondiali quotati sul mercato europeo è migliorata e siamo diventati più ottimisti verso questa asset class muovendoci verso la posizione neutrale. Per cambiare le nostre previsioni da neutrale a sovrappeso, però, avremmo bisogno di vedere una maggiore ripresa per l'economia europea sottostante”.
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giovedì 5 settembre 2013

Eurostat, nell'Eurozona la recessione è «tecnicamente» finita. Anche in Italia la frenata si attenua

Torna il segno più davanti all'indice del Prodotto interno lordo dell'Eurozona. Dopo un anno e mezzo di recessione, Eurostat ha confermato oggi il ritorno alla crescita, per quanto timida, del Pil europeo nel secondo trimestre di quest'anno, dopo sei rilevazioni consecutive in calo, già anticipato da una prima stima a Ferragosto. Il Pil è salito dello 0,3% nell'Eurozona (i 17 paesi che hanno aderito all'euro) e dello 0,4% nell'Ue (che nel periodo aprile/giugno era ancora composta da 27 paesi, ai quali solo in luglio si è aggiunta la Croazia). Rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, il dato resta negativo nell'Eurozona (-0,5%) mentre è stabile nell'Ue a 27. Per Eurostat, l'Europa si porta così, almeno tecnicamente, fuori dalla recessione, confermando la prima stima dell'ufficio europeo di statistica del 14 agosto.

Italia ancora in frenata, ma meno rispetto al I° trimestre
Meno positivo il dato del Pil riferito all'Italia. Dopo il calo registrato ieri dall'Ocse (-2,4% nel 2012, con ulteriore flessione dell'1,8% nel 2013), l'Eurostat stima il Pil nazionale ancora in discesa nei primi sei mesi dell'anno dello 0,2% rispetto al primo trimeste, calo che comunque segna una attenuazione della contrazione rispetto al -0,6% registrato a inizio anno. Tra gli Stati membri i cui dati sono disponibili, il dato migliore su base trimestrale arriva dal Portogallo (+1.1%), seguito da Germania, Lituania, Finlandia e Regno Unito (tutti a +0.7%). Oltre all'Italia, l'arretramento piu' consistente riguarda invece Cipro (-1.4%), Slovenia (-0.3%), e Olanda (-0.2%).

La soddisfazione di Van Rompuy: finita la crisi esistenziale dell'eurozona
Soddisfatto per i dati diffusi dal Eurostat il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy: «La "crisi esistenziale" dell'eurozona è finita. Ma la crisi economica, di crescita e lavoro, è ancora con noi» e quindi «non è tempo per compiacersi: la spensieratezza potrebbe mettere in pericolo gli sforzi fatti ed i risultati raggiunti». Per Van Rompuy, si cominciano a vedere «risultati concreti», dal momento che i segnali di crescita «sono disomogenei, modesti, forse fragili, ma positivi».

Rehn: segnale di svolta per l'economia europea
La conferma delle previsioni di Ferragosto spinge il portavoce del commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn, a paralre di «ulteriore segnale che l'economia europea ha raggiunto il momento di svolta». Insieme ai recenti indicatori sulla fiducia del business e dei consumatori in rialzo, il dato di oggi «é una conferma della previsione di un graduale ritorno alla crescita nella seconda metà dell'anno».

Brunetta: Italia grande malato, Saccomanni chiarisca coperture Imu
In Italia, gli ultimi dati Eurostat sul Pil (che seguono alle fosche previsioni Ocse di ieri) sono accolti con toni pessimistici dal capogruppo Pdl alla Camera, Renato Brunetta, che sottolinea come l'Italia sia tornata ad essere «il "grande malato d'Europa". Gli altri Paesi sono usciti dalla crisi, noi no». Brunetta invita quindi il ministro dell'Economia Saccomanni a «dire subito cosa intende fare per invertire la rotta», spiegando agli italiani «come coprirà il non aumento dell'Iva dal prossimo primo ottobre (1 miliardo)» e come finanzierà «la cancellazione della seconda rata dell'Imu sulle prime case e sui terreni e fabbricati funzionali alle attività agricole (2,4 miliardi)».

venerdì 31 maggio 2013

Le imprese hanno ora bisogno che la Bce porti il tasso sui depositi sotto-zero

Sul Sole 24 Ore ho trovato questa notizia...

Gli analisti sono divisi soltanto sulla data del prossimo taglio dei tassi da parte della Banca centrale europea: giugno o luglio? Al netto di questo dubbio la maggior parte è certa che a breve l'istituto di Francoforte ridurrà ulteriormente il costo del denaro, attualmente fissato al minimo storico dell'area euro dello 0,5% (con il tasso sui depositi, quello che la Bce paga alle banche che parcheggiano la liquidità, già azzerato).
Nelle ultime ore l'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha esortato il governatore Mario Draghi a intervenire ancora, portando in negativo il tasso sui depositi per scoraggiare quindi le banche dal parcheggiare la liquidità nel conto corrente della Bce. Con la speranza che una parte di questa liquidità finisca invece nell'economia reale, a quelle Pmi che arrancano a causa della chiusura dei rubinetti del credito (nell'ultimo anno secondo Bankitalia lo stock di prestiti bancari alle imprese si è ridotto di 40 miliardi).
Ma il punto è proprio questo: un taglio dei tassi da parte della Bce impatterà positivamente nell'economia reale? Purtroppo la speranza che questa liquidità offerta quasi gratuitamente alle banche venga girata alle imprese sono remote. Per almeno tre motivi:
1) le banche devono rafforzare il patrimonio per via dei vincoli più stringenti di Basilea III;
2) le banche preferiscono fare profitti immediati che profitti a medio-termine (anche perché i bonus ai manager vengono commisurati sui profitti annui). Questo fa sì che spesso risulti più "conveniente" per le aziende bancarie utilizzare la liquidità per compiere operazioni speculative piuttosto che oliare imprese che operano in un tessuto produttivo a Pil calante (quale appunto l'Italia);
3) non esiste una legge/regolamento che obblighi le banche a prestare soldi alle imprese. Una funzione vitale per l'economia che ad oggi rientraperò  tra le facoltà delle banche;
Per cui, l'unica speranza che una parte dell'ulteriore liquidità che finirebbe nelle casse delle banche con un conseguente taglio dei tassi da parte della Bce è che ciò accada per via indiretta. In che modo? Se il tasso sui depositi fosse portato su una soglia negativa potrebbe innescare una vendita di euro comportando a ruota una svalutazione della moneta unica. Svalutazione che risulterebbe "competitiva" per molte imprese e aiutarebbe l'export. Una ripresa dell'export e delle prospettive di utili per le imprese potrebbe poi spingere le banche a trovare più conveniente puntare su imprese nuovamente profittevoli. Ed è così, che al compimento del cerchio, le banche potrebbero tornare a prestare alle imprese la liquidità che comprano oggi a buon mercato dall Bce.
governatore Mario Draghi a intervenire ancora, portando in negativo il tasso sui depositi per scoraggiare quindi le banche dal parcheggiare la liquidità nel conto corrente della Bce. Con la speranza che una parte di questa liquidità finisca invece nell'economia reale, a quelle Pmi che arrancano a causa della chiusura dei rubinetti del credito (nell'ultimo anno secondo Bankitalia lo stock di prestiti bancari alle imprese si è ridotto di 40 miliardi).

martedì 30 aprile 2013

Così cambia la scommessa dei mercati

Anche il requiem per l'Italia si è rivelato una scommessa sbagliata, così sostiene Il Sole 24 Ore.

Borsa in costante recupero, investitori esteri che tornano a comprare debito italiano, tassi al minimo storico sul breve termine e ai livelli pre-crisi sui decennali, ordini talmente sostenuti in asta da aver riportato il rendimento medio all'emissione attorno al 2%, valore prossimo ai minimi storici dell'ultimo decennio, mentre il tasso medio sull'intera consistenza dei titoli domestici è sceso al 4% dal 4,7% di due anni fa. Uno scenario come questo appariva a dir poco remoto dopo il voto delle politiche.
L'Italia, prigioniera dello stallo elettorale, dell'anti-europeismo e del populismo galoppante, priva di un governo e con un'economia in recessione profonda, sembrava destinata a una progressiva emarginazione dai mercati, tanto da far paventare ad alcuni economisti un imminente ricorso agli aiuti europei. E invece no. Come le previsioni sulla fine dell'euro con la crisi greca, o di una devastante fuga di capitali con il salvataggio di Cipro, anche il requiem per l'Italia si è rivelato una scommessa sbagliata. Certo i problemi restano, dal credit crunch alla peggiore crisi industriale e occupazionale dal dopoguerra. Ma non c'è dubbio che oltre (o forse anche grazie) alla spinta della liquidità di cui tutte le economie stanno beneficiando, l'Italia abbia saputo capitalizzare meglio di altri sul rapido miglioramento delle aspettative degli investitori. A cominciare dal livello tecnico: il Tesoro, modificando l'anno scorso le modalità e il caldendario delle emissioni, ha potuto infatti sfruttare positivamente le finestre di collocamento che si sono via via presentate, garantendosi in appena 4 mesi più del 40% del fabbisogno di rifinanziamento dell'intero anno.
Certo, la strada è ancora lunga e le incognite - non solo interne ma anche internazionali - altissime. Ma resta il fatto che uno scenario come quello attuale rappresenti il migliore che un governo di coalizione, metà tecnico metà politico, si potesse immaginare dopo mesi di vuoto politico e una gestazione tanto travagliata. Come capitalizzare ancora su questo trend sarà però il vero problema.
L'apparente fiducia che i mercati sembrano accordare all'Italia rende infatti ancora più alto il carico di responsabilità che grava sul nuovo esecutivo. Il Paese è in recessione, il lavoro manca, famiglie e imprese sono fiaccate dal fisco e le aspettative depresse da due anni di politiche del rigore. Pensare che agli investitori basti ora un nuovo governo e la promessa di un cambiamento della politica è illusorio e soprattutto pericoloso. I tre cardini programmatici dell'esecutivo a guida Letta - crescita, nuova Europa e riforme politiche - rappresentano esattamente ciò che i mercati chiedono all'Italia e al resto del mondo, ma per riconquistare la fiducia internazionale dopo quanto è successo servono soprattutto i fatti: riforme, certamente, ma anche il coraggio di imporre all'Europa una svolta per lo sviluppo, con meno attenzione ai dogmi tedeschi sul debito e sul deficit.
A dirlo non è soltanto il sistema economico, quello industriale o persino gli speculatori, che mai come ora stanno facendo incetta di debito, sovrano o aziendale. È la realtà dei fatti che lo impone. Mentre i grandi economisti di Harvard come Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff continuano a ripetere che il debito è il vero e unico grande male delle economie e che la sola cura valida resta quella del rigore, mai come ora il mercato è stato pronto a sostenere il contrario: basti pensare che in soli cinque anni, il debito sovrano collocato sui mercati è quasi raddoppiato a 23mila miliardi di dollari (cifra pari alla somma dei Pil di Usa e Cina), mentre i rendimenti medi sono addirittura scesi (secondo i calcoli di Bank of America Merrill Lynch) all'1,34% dal 3,28% di 5 anni anni fa. Con un calo così marcato dei tassi, alla forte richiesta di debito generata dalla liquidità si è ovviamente associata una domanda di rendimenti che ha però trovato pochi sbocchi: Bank of America ha calcolato che dei 23mila miliardi di dollari di debito sovrano circolante, ben 20mila miliardi di dollari abbiano oggi rendimenti inferiori all'1%. Ecco allora il motivo della corsa ai BTp, ai BoT, ai Bonos e persino ai bond del Rwanda e della Mongolia, new entry sul mercato dei capitali: la Mongolia - rating spazzatura - ha appena collocato 400 milioni di dollari di titoli a 10 anni con un tasso del 5,1%, quanto pagava l'Italia fino a poco tempo fa.
Insomma, per i governi, soprattutto quelli dell'area periferica dell'Euro, la situazione attuale presenta opportunità straordinarie, quasi irripetibili, per coniugare (e possibilmente attenuare) le politiche del rigore con quelle per la crescita e lo sviluppo. I mercati, in questo senso, sono oggi ben più avanti della Merkel, dei falchi della Bundesbank e soprattutto dei grandi teorici del rigore, gli unici a non essersi accorti che le politiche espansive delle banche centrali hanno smentito gli assunti di tante teorie.

lunedì 4 marzo 2013

Svizzera: agli stipendi dei manager viene messo un tetto

La Stampa: con un referendum i cittadini hanno deciso di porre un freno alle retribuzioni milionarie dei dirigenti di banche e aziende

Il referendum contro i megastipendi e i bonus milionari ha stravinto. Indignati dall’avidità di top manager che hanno incassato somme astronomiche, gli svizzeri hanno oggi lanciato un segnale chiarissimo sostenendo con uno storico 67,9% % di voti l’iniziativa popolare lanciata da un piccolo imprenditore per porre un freno alle «retribuzioni abusive» e vietare liquidazioni e paracaduti dorati per i vertici delle aziende quotate in borsa.
«Sono orgoglioso del popolo elvetico. È stata una bella dimostrazione di democrazia. Una vittoria contro avversari potenti che hanno paventato terribili conseguenze economiche e occupazionali con campagne di stampa aggressive e tendenziose», si è rallegrato stasera il «padre» del referendum, il 52enne Thomas Minder, a capo di un’impresa familiare nel cantone di Sciaffusa (nord-est) e parlamentare conservatore indipendente. Ed è vero che il chiaro verdetto delle urne è giunto al termine di una campagna intensa, che ha visto i partiti di centro destra, ma soprattutto la potente Federazione svizzera delle imprese, Economiesuisse, investire milioni per tappezzare la Svizzera con manifesti per mettere in guardia dal pericolo di licenziamenti e la morte del modello svizzero provocati da un’approvazione dell’iniziativa. Per i fautori del No, la proposta approvata oggi doterà la Svizzera «del diritto degli azionisti più restrittivo al mondo». Ma questo ed altri argomenti non hanno fatto breccia. Tutti i 26 cantoni hanno approvato l’iniziativa: un’unanimità piuttosto rara nel Paese di 8 milioni di abitanti, dove convivono lingue e culture diverse. Un vero e proprio tsunami con punte del 77,1 % nel canton Giura e che ha superato la soglia del 70%, anche a Zurigo (70,2%), capitale economica della ricca Svizzera. Il testo approvato oggi - un articolo costituzionale che dovrà essere tradotto in legge - concerne solo «le società anonime svizzere quotate in borsa» e stabilisce che spetta all’assemblea generale degli azionisti fissare gli stipendi dei vertici aziendali. Inoltre alcune remunerazioni, per esempio i controversi «paracaduti d’oro», sono vietate. E l’infrazione di tali disposizioni è sanzionata con pene detentive e pecuniarie. L’accettazione dell’iniziativa è l’espressione di un «malessere diffuso» nella popolazione, ha riconosciuto stasera il governo svizzero, promettendo di mettersi subito all’opera per applicare il nuovo articolo costituzionale.
L’esecutivo aveva respinto l’iniziativa Minder e si era schierato a favore di una controproposta sullo stesso tema. Più moderata, sarebbe entrata automaticamente in vigore nel caso in cui il referendum fosse stato respinto. Ma gli svizzeri hanno preferito mandare un messaggio senza alcuna ambiguità. 

mercoledì 27 febbraio 2013

Mediobanca: utile raddoppiato per l'istituto guidato da Alberto Nagel

Alberto Nagel, l'ad di Mediobanca
Alberto Nagel, l'ad di Mediobanca
Mediobanca, l'istituto guidato da Alberto Nagel, ha visto nel primo semestre un utile raddoppiato a 124 milioni, con ricavi a 911 milioni (-6,4%). Il trimestre è in utile per 14,8 milioni (6,6 milioni un anno fa) e sopra il consensus (era a -10 milioni), con ricavi a 457,6 milioni (497,6 milioni un anno fa).
Il risultato segnato da Mediobanca nel semestre chiuso a fine dicembre, il primo dell'esercizio della banca, riflette da un lato - spiega l'istituto in una nota - il forte rallentamento del quadro congiunturale e dell'attività verso famiglie e imprese, dall'altro la prudente politica di impiego del gruppo, il costante contenimento dei costi e il mantenimento di un'elevata qualità degli attivi. Il principale coefficiente patrimoniale, il core tier 1, sale all'11,8%, a settembre 2012 era a 11,5%. Sui ricavi incide l'apporto stabile del trading (106 milioni contro 112 milioni) e la crescita degli utili delle partecipazioni (da 72 a 86 milioni) compensano parte della riduzione del margine di interesse (-7% rispetto a un anno prima) e delle commissioni nette (-14% a anno fa). L'istituto sottolinea la positiva diversificazione tra corporate e retail. Il margine di interesse di gruppo è stabile negli ultimi 6 mesi, con la crescita del retail che blancia le flessione del corporate. Tra le singole divisioni, il corporate e investiment banking vede un utile netto a 124 milioni per il contributo positivo dei mercati e il buon controllo dei costi di struttura e del rischio. Nel credito al consumo i ricavi e la qualità degli attivi sono stabili con un Roac (ritorno sul capitale allocato) al 10%.  
Compass tra l'altro si consolida quale secondo operatore in Italia con una quota di mercato del 10% (14% nei prestiti personali).

martedì 19 febbraio 2013

Andrea Cingoli: il private banking italiano deve voltare pagina

Andrea Cingoli, ad Banca Esperia
Andrea Cingoli, ad Banca Esperia
Secondo Andrea Cingoli, ad di Banca Esperia, joint-venture paritetica tra Mediobanca e Mediolanum, il futuro del private banking  non passerà necessariamente dalle aggregazioni fra soggetti che rischiano di "mettere insieme debolezze e distruggere valore".
Il salto di qualità infatti, secondo il suo parere, si giocherà molto anche sul rapporto col cliente e su un nuovo ruolo affidato ai professionisti del settore che dovranno abbandonare quella metodologia un po' “solistica” adottata negli anni passati, per diventare veri e propri “direttori d'orchestra” capaci di offrire le migliori soluzioni possibili.

“Il private banking italiano deve voltare pagina - spiega Andrea Cingoli - i numeri ottenuti negli anni passati oggi non sono più possibili. Serve senz'altro una massa critica ma soprattutto una gestione di questo business all'insegna della più assoluta trasparenza verso il Cliente”.

martedì 10 luglio 2012

Fondi di investimento: debutta Generali RE

Vigilia da debutto per Generali Real Estate, la nuova società in cui sono confluite tutte le attività di servizi e di gestione immobiliare del Leone di Trieste e che diventerà operativa lunedì 2 luglio. Sebbene all’interno di un quadro preoccupante - un mercato asfittico, con domanda debole, offerta in crescita, prezzi che vacillano ma soprattutto scambi al lumicino, per le case come per gli altri immobili - l’esordio della nuova creatura avviene sotto i migliori auspici. Il colosso con 28 miliardi di asset in gestione (immobili di Generali e di terzi) si presenta infatti sulla scena con l’ok a un nuovo fondo immobiliare da 500 milioni, fresco di autorizzazione da parte della Banca d’Italia. Prende così forza e consistenza il nuovo approccio di Generali al mattone, varato alla fine dello scorso anno con la creazione appunto di Generali Real Estate affidata all’amministratore delegato Giancarlo Scotti (presidente è Raffaele Agrusti, direttore generale della compagnia assicurativa): concentrare tutte le attività internazionali in Italia sotto l’ombrello della nuova nata (le 11 società internazionali sono ora filiali della realtà italiana) così da proporsi al mercato come operatore real estate a tutto tondo, dunque aperto anche a clienti terzi. Si tratta di fatto della prima multinazionale italiana del mattone, forte del maggior patrimonio immobiliare in gestione tra i player europei e di un team di 600 professionisti, ma soprattutto con obiettivi di crescita e di redditività importanti: il 6% l’anno da qui al 2016, passando da 28 a 36 miliardi di euro di asset in gestione. All’interno di queste cifre, ancora più ambiziosi sono i target di sviluppo delle gestione conto terzi, oggi pari all’8-10% dei 28 miliardi di asset under management, percentuale che dovrà man mano portarsi verso il 15-16%. I restanti 26 miliardi di asset sono direttamente posseduti dal gruppo Generali, un patrimonio che oggi esprime una plusvalenza latente superiore a 5 miliardi di euro, pari al 30%, rimasta costante anche in questi anni di grave turbolenza, confermando quindi l’efficacia della politica di investimento attuata dal gruppo. Il total return, calcolato a valori di mercato, si è assestato invece intorno al 5%. L’immenso patrimonio posseduto direttamente deriva dall’approccio continuativo della compagnia di Trieste nei confronti degli investimenti immobiliari, considerati funzionali al business assicurativo sia per gli interessanti ritorni nel lungo periodo (redditività ricorrente e creazione di valore) sia perché soggetti a minore volatilità. Il patrimonio del Leone include anche immobili di grande importanza storica e architettonica, così come altri di valenza modernissima e hi-tech, che ha sempre gestito in modo attivo svolgendo negli anni continua attività di rotazione del portafoglio. In particolare il portafoglio del gruppo, con immobili di pregio concentrati nelle grandi capitali, è attualmente per il 65% destinato ad uso uffici, per il 10% al residenziale, per il 15% al retail e per il restante 10% ad altri usi. La quota di residenziale è stata molto ridotta negli ultimi anni a favore di uffici e spazi commerciali, proprio per migliorare la redditività del portafoglio. La maggior parte degli immobili si trova in Europa, in particolare il 41% in Italia, il 21% in Francia, il 17%, in Germania, il 18% negli altri Paesi europei. A Generali Re fanno capo anche le società di gestione dei fondi. Ed è proprio Generali Immobiliare Italia sgr, società specializzata nella gestione di fondi (ne ha già sette) nata nel 2006 e con oltre 4,5 miliardi di masse gestite, che in questi giorni ha istituito Effepi, il nuovo fondo da 500 milioni e con durata ventennale, in cui sono confluiti gli immobili del Fondo Pensione Unicredit. Lo scorso febbraio, la sgr si era aggiudicata la gara per la gestione di tale fondo, mandato che prevedeva appunto anche l’istituzione e la gestione di un fondo immobiliare.
(da Massimo Caputi blog)

venerdì 28 gennaio 2011

Giampiero Cantoni: la Lombardia guida la ripresa

Giampiero Cantoni, su Panorama Economy, parla del ruolo della Lombardia e di Milano nella ripresa dalla crisi.

"I dati del sistema camerale raccontano un’Italia nella quale la voglia di fare impresa è sopravvissuta alla crisi economico-finanziaria. In cima alla piramide c’è, e non è una sorpresa, la Lombardia e Milano. La Regione e la città stanno tenendo testa alla crisi e a dirlo sono le cifre: i numeri delle imprese attive innanzitutto. A Milano operano 287 mila imprese, sulle circa 5 milioni e 300mila imprese presenti su tutto il territorio nazionale - numero praticamente analogo a quello dello scorso anno (-0,1 per cento). Le imprese del capoluogo lombardo contano per il 5,4 per cento del totale delle imprese italiano".


"Questi dati - continua Giampiero Cantoni - sono in linea con l’esperienza di ciascuno di noi cittadini milanesi. La nostra città negli ultimi due anni ha visto un grande ricambio nel tessuto imprenditoriale. La crisi ha fatto chiudere esercizi commerciali, ha razionalizzato i circuiti della produzione. Ma ha anche creato nuove opportunità. fate un giro in centro e contate le vetrine nuove. E’ un’esperienza esaltante. Si vede, passo dopo passo, come la città stia cambiando, come si stia evolvendo nella lunga marcia verso l’Expo. Il cuore produttivo del Paese ha voglia di rilanciarsi, seguendo quell’afflato imprenditoriale che da sempre gli è proprio.
I dati del sistema camerale dicono che Lombardia, Veneto, Piemonte e Emilia Romagna non si sono arresi. La fioritura di iniziative è in parte il riflesso di buone scelte politiche. In Lombardia, ad esempio, le start up sono fortemente incentivate, e così pure l’imprenditoria giovanile, con un trattamento fiscale di favore. La strada tracciata con intelligenza da Roberto Formigoni è stata seguita, in misura maggiore o minore, anche dai suoi colleghi. Ma è inutile illudersi che sia abbastanza, o che sia lo Stato, il pubblico, a potersi intestare questa “risorgenza imprenditoriale”.

(da Giampierocantoni.com)

martedì 7 dicembre 2010

Cesare Geronzi: le società di assicurazioni in tempo di crisi

Nell'attuale scenario di crisi, Cesare Geronzi rivendica che "per le Generali, come per le altre società assicurative europee operanti sia nel ramo vita sia nel ramo danni, non si sono resi necessari aumenti di capitale, ma si è avuta esclusivamente una riduzione temporanea del dividendo per il 2009".
"Ora ci accingiamo a presentare un risultato di esercizio senz’altro soddisfacente. Il nuovo anno sarà affrontato con un rafforzamento organizzativo e un potenziamento delle strategie".

Il tema caldo è la nomina del country manager per l’Italia, previsto dalla governante ma ad oggi vacante, per il quale si da il nome dell’attuale cfo, Raffaele Agrusti.
"Deciderà il Consiglio di Amministrazione - ha detto Cesare Geronzi - io posso solo dare un contributo nel momento delle decisioni. Agrusti? E’ tanto bravo che può fare qualunque cosa".
A buon intenditor...

martedì 5 ottobre 2010

Agevolazioni del 55%? Molto più utili di altri benefici

Il Governo e gli strumenti a disposizione delle imprese per superare la crisi”. Questo il titolo dell’intervento dell’on. Luigi Casero, sottosegretario all’Economia e Finanze, all’Assemblea generale di Uncsaal tenutasi sabato 2 ottobre 2010 all’Auditorium Giò Ponti di Assolombarda. Si è trattato di un intervento ad ampio respiro sui problemi di rilancio dell’economia e delle imprese e il loro (tormentato) rapporto con gli incentivi di vario genere e, più in generale, con la fiscalità. Evidentemente l’attesa era tutta per quanto Casero avrebbe dichiarato sulla proroga dei benefici fiscali del 55% oltre il 2010. E l’attesa non è stata vana [...]
In sostanza, il 55% si può prorogare. [...] Anche perché il 55%, e questo il sottosegretario l’ha dichiarato pubblicamente, la misura dei benefici fiscali per il risparmio energetico è stata utile, “molto più utile di altri benefici fiscali”.

(da Luigi Vianello, "Luigi Casero: Il 55%? Si può prorogare")

Ecco il testo dell'intervento di Casero:
“E’ possibile prorogare la detrazione fiscale del 55% per gli interventi di risparmio energetico oltre il 2010. Sicuramente questa misura è servita al settore dell’edilizia e allo sviluppo complessivo del Paese. E’ servita come recupero di gettito più di altri benefici fiscali. Comunque sia, lo strumento si è dimostrato utile e può essere messo in campo nell’ambito di un progetto complessivo di salvaguardia dei conti pubblici. Da questo punto di vista le associazioni del mondo dell’edilizia devono prendere atto che alcuni incentivi (non fiscali), quelli a pioggia in particolare, alcuni incentivi sull’occupazione in alcune parti del Paese e in alcuni settori, si sono rivelati inutili o si sono prestati a truffe. E qui Confindustria deve prendere una posizione chiara e rinunciare ad alcuni incentivi a pioggia per cercare di destinare quei fondi a riduzioni fiscali mirate in alcuni settori che possono portare allo sviluppo dei settori e del Paese.
Quindi, si tratta di ridurre i contributi dati a fondo perduto a imprese che spesso non crescono e invece occorre destinare questi fondi che sono consistenti a una riduzione fiscale per le detrazioni per le imprese che reinvestono gli utili o per le manovre sul 55% o altre manovre che servono a rilanciare le imprese. Bene, quindi, - rivolto a Uncsaal, ndr - la vostra pressione esercitata in questi mesi sul Governo ma sarebbe bene farla anche nei riguardi delle associazioni di settore perché anche lì si gioca una partita importante facendo ben capire che questi incentivi servono non solo alla salvaguardia del singolo settore ma alla salvaguardia del sistema economico del Paese. Ed è quello che cercheremo di fare noi nei prossimi mesi e che cercheremo di portare a casa per dare una risposta a chi ce la chiede, a chi come voi lavora sul campo per riuscire a fare crescere questo Paese”

mercoledì 23 giugno 2010

Crisi: Fmi promuove la gestione italiana

La valutazione del Fondo Monetario Internazionale sulla "gestione della politica economico-fiscale dell'Italia durante la crisi è stata particolarmente favorevole". Lo ha detto Arrigo Sadun, direttore esecutivo dell'Fmi per l'Italia. Sadun ha spiegato che "il Fondo Monetario Internazionale ha esaminato il rapporto sull'Italia e ci ha riconosciuto che, nonostante un debito pubblico elevato, la gestione è stata estremamente prudente ed efficace".
"L'indebolimento dell'euro in questo momento ci fa molto bene, all'economia europea e a quella italiana in particolare - ha detto ancora Sadun - grossi pericoli di inflazione non ce ne sono e la moneta debole ci aiuta molto sulle esportazioni che sono il settore piu dinamico in questa fase di lenta ripresa".

Secondo Sadun quindi saremmo nella area finale di quella che egli ha spesso definito una congiuntura "a tinozza vittoriana", confessando di non amare molto le definzioni usate da molti esperti che sfruttano lettere dell'alfabeto per descrivere l'andamento della crisi (a V, a U, oppure a W). Sadun rispetto alla creazione di un Fondo Monetario Ue ha dichiarato che deve essere un "progetto che parta dal raggruppare le funzioni che svolge il Fmi e che già esistono spezzettate in diversi organismi europei, ma che non è urgente".

"Serve mettere queste competenze insieme - ha detto Sadun parlando delle attività di assistenza finanziaria, funzione di sorveglianza e assistenza tecnica ai paesi emergenti - in capo ad una nuova istituzione, non necessariamente in una istituzione comunitaria tipo commissione Bce ma in una istituzione che sia emanazione dei Governi nazionali cosi com'è il fondo internazionale". Secondo Sadun una struttura di questo genere non verrebbe valutata negativamente dallo stesso Fmi ma, anzi, sarebbe vista di buon occhio.
(Tgcom)

martedì 2 marzo 2010

I banchieri temono la patrimonializzazione

Mario Draghi, il governatore della Banca d'Italia, ha fatto sapere che l'introduzione di parametri più stringenti di Basilea 3 sarà graduale.
I banchieri italiani stanno infatti manifestando timori verso un'ulteriore patrimonializzazione delle banche, che porterebbero effetti negativi sulla ripresa economica per il 2010, nonché sulla remunerazione degli azionisti. A paventare questi problemi sono soprattutto quelle banche che hanno tra i propri soci Fondazioni bancarie. Queste infatti, dopo un anno di dividendi minimi, se non nulli, reclamano cedole più robuste.
(fonte: http://bancheebanchieri.blogspot.com)