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martedì 19 novembre 2013

Una terra di risparmiatori. Cresce il “tesoro” in banca

Secondo quanto ci dice la Repubblica, i piemontesi sono colori i quali maggiormente riescono a risparmiare anche in tempi di crisi.

Torino - Il Piemonte non è terra per cicale. Nonostante la crisi, che colpisce al cuore le imprese e fa impennare il numero dei disoccupati, nonostante il calo nei consumi che fa disperare commercianti e esercenti, il “tesoretto” in banca è sempre più cospicuo. Da brave formichine i piemontesi riescono a risparmiare anche in tempi di recessione. A giugno la Banca d'Italia ha contato 128,2 miliardi che le famiglie e le imprese piemontesi hanno dato in custodia agli istituti, ossia il 2,7 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2012. Sul conto. Nel totale dell’indagine di Bankitalia figurano 87 miliardi in 'depositi', più della metà dei quali parcheggiati sui conti correnti (52 miliardi, più 4 per cento su giugno 2012). Un terzo dei soldi (35 miliardi per la precisione, quasi un dieci per cento in più rispetto a dodici mesi prima) sono versati su depositi di risparmio, dunque vincolati rispetto a quelli dei conti correnti. Ma ci sono anche 41 miliardi investiti in obbligazioni bancarie: una cifra in leggero calo rispetto a un anno fa (meno 1,7 per cento) ma comunque sempre di un certo impatto.

Il portafoglio:

Nei primi sei mesi dell'anno è aumentato anche il valore dei titoli posseduti dalle famiglie e dalle imprese: 80 miliardi in tutto, cresciuti del 5,2 per cento rispetto a metà 2012. Se si guarda alla sola clientela retail, escludendo quindi le aziende, si nota come i piemontesi abbiano un buon feeling con i titoli di Stato. Bot, Cct, Btp piacciono sempre a Cuneo come a Novara, a Asti come a Biella. Complessivamente la ricchezza dei piemontesi investita negli strumenti offerti dallo Stato tocca quota 24 miliardi, con una crescita dello 0,5 per cento rispetto al giugno di dodici mesi fa. Ma è tornata anche un po' di passione per le azioni. Su Piazza Affari e altre borse internazionali sono impegnati 7,5 miliardi. Poco meno di un terzo rispetto a quanto è destinato ai titoli di Stato ma in questo caso colpisce di più la performance rispetto all’anno precedente: il 6,8 per cento in più. Insomma la Borsa torna a sedurre, complice anche il trading online che pure in Piemonte raccoglie un numero sempre maggiore di clienti. Però il vero “boom” è quello registrato dagli “organismi collettivi di risparmio”, cioè fondi comuni e Sicav. Insomma, forse scottati da precedenti esperienze non proprio confortanti e frenati da un andamento dei mercati borsistici spesso altalenante, la maggior parte dei piemontesi disposta a rischiare qualcosa pur di avere interessi un po’ più ignificativi di quelli offerti dai titoli di Stato, hanno puntato sui fondi comuni, nelle loro diverse declinazioni. Alla fine ne è uscito un capitale che di poco sorpassa quello investito nei titoli del Tesoro: 24,7 miliardi, una cifra lievitata del 25,9 per cento. Male invece le obbligazioni: hanno registrato una flessione del 18,9 per cento rispetto alla penultima indagine della Banca d’Italia.

Il credito:

In flessione ma sostanzialmente stabile rispetto a un anno fa l’importo dei prestiti (sia delle banche, sia delle società finanziarie) è diminuito dello 0,3 per cento, come dodici mesi fa. L’andamento negativo si spiega con l’ulteriore calo dei prestiti per l’acquisto di abitazioni, scesi dell’1,1 per cento. Per contro, il credito al consumo è cresciuto dello 0,7 per cento, merito soprattutto delle società finanziarie brave a intercettare clienti anche della banche (performance negativa per queste ultime). Ai piemontesi piacciono sempre molto i titoli di Stato anche se nell’ultimo anno sono stati scavalcati dai fondi comuni.

martedì 1 ottobre 2013

Scatta l’aumento dell’Iva “Una mazzata alla ripresa”

Un estratto dalla Stampa che ci mostra a che cosa potrebbe portare il nuovo aumento dell'Iva appena partito.

Dal vino al caffè, dai frigoriferi alle tv, dagli smartphone ai tablet. E ancora: dai prodotti per la casa a quelli per la cura della persona, dall’ingresso in piscina ai pacchetti vacanza. E prodotti di cartoleria, giocattoli, bibite gassate, succhi di frutta, mobili e biancheria, per dirne alcuni. Un elenco lungo così. La vita, per molti aspetti, da questa mattina costa l’1% in più.

Scatta l’aumento dell’Iva. L’aliquota più elevata - applicata ai prodotti non di prima necessità - passa dal 21 al 22%. E son dolori. Per Federdistribuzione comporterà tra i 105 e 110 euro di costi l’anno in più per famiglia, secondo Coop Italia saran quasi 200 euro. Più pessimisti i consumatori del Codacons: 349 euro in più. La benzina verde - informa Quotidiano Energia - dalla mezzanotte di ieri costa 1,5 centesimi in più, il gasolio 1,4. Insomma, un salasso. «Calcoliamo che il 40% dell’Aumento dell’Iva riguardi i prodotti di acquisto abituale», spiega Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione. 

Il gettito atteso sarebbe pari a 4,2 miliardi. «In realtà - avverte Cobolli Gigli - succederà che in primo luogo aumenterà l’evasione e creerà quello che sostanzialmente è una concorrenza sleale tra operatori. Quindi ci sarà comunque un calo dei consumi. E il gettito ne soffrirà». Intanto, a soffrire, sarà il carrello della spesa. «Le famiglie che già stanno facendo delle rinunce saranno costrette a farne altre». Così se tra gennaio e luglio i consumi son già crollati a valore del 2,6% «per fine anno mi aspetto fino al -3%, tra l’Iva e un ritorno di sfiducia dovuto anche all’instabilità politica».

E pensare che le cose iniziavano, seppure lentamente, a migliorare. «Segnali deboli», li chiama Maurizio Motta, direttore generale di Mediamarket, cui fanno capo i marchi Mediaworld e Saturn, il quale aveva notato «da marzo una nuova crescita dei visitatori nei punti vendita e qualche timido segnale negli acquisti e nell’interesse per le novità tecnologiche». Poi «la farsa e la tragedia» dell’Iva: «Una mazzata psicologica, che raffredda ogni tipo di segnale». Così gli ultimi tre mesi, che «per noi potevano essere positivi tra lo 0 e il 2%, con una stabilizzazione», con l’aumento saranno «più vicini allo zero, se non ancora in negativo». In ambito hi-tech, tra i più colpiti dall’aumento, saranno «gli acquisti importanti, come il televisore o il grande elettrodomestico». Non i tablet o gli smartphone «che sono ormai prodotti quasi necessari». Ma i primi effetti non arriveranno oggi, spiega Motta, «ma nel giro di 15-20 giorni, con i primi adeguamenti». Poi nel tempo «le aziende stesse modificheranno i listini: una parte dell’aumento verrà assorbito dalle aziende, parte, purtroppo, sarà sulle spalle dei consumatori. Contando le promozioni, nel tempo, si parla più o meno della metà». 
Ikea per i mobili e Esselunga nella grande distribuzione, diciamo così, più generalista, promettono che non toccheranno i prezzi.


giovedì 13 giugno 2013

Confcommercio, solo nel 2036 si recupererà il potere d'acquisto perduto

La Repubblica:

MILANO - Nel 'tax freedom day', cioè il giorno in cui si smette di lavorare per coprire il carico fiscale, arriva un nuovo allarme di Confcommercio sulla situazione del Paese. In un rapporto significativamente intitolato "l'Italia arretra", l'associazione dei commercianti denuncia che nel 2013 il numero di giorni di lavoro necessari per pagare tasse, imposte e contributi ha raggiunto il suo massimo storico: 162 giorni (ne occorrevano 139 nel 1990 e 150 nel 2000). Ne occorrono invece 130 nella media europea (-24% rispetto all'Italia). Un inasprimento che aggredisce un monte redditi già declinante contribuendo così sia a comprimere la domanda aggregata, sia a scoraggiare l'offerta di lavoro.
Onere da 10 miliardi per gli adempimenti fiscali. Secondo la ricerca Confcommercio-Cer, però, non è solo l'entità delle tasse a stringere un cappio sullo sviluppo economico. Sono ben 269 le ore di lavoro l'anno che servono a ogni impresa italiana per adempiere agli obblighi richiesti dal Fisco: l'eccesso di burocrazia porta i tempi necessari a espletare le pratiche al doppio della Francia, al 60% in più della Spagna, e al 30% in più della Germania. Le Pmi italiane sostengono così per gli adempimenti fiscali un onere annuo di 10 miliardi, quasi il 50% in più della media dei Paesi Ue.
Potere d'acquisto. A causa della crisi, "ogni famiglia italiana ha registrato, in media, una riduzione del proprio potere d'acquisto di oltre 3.400 euro". La dimensione raggiunta dalla caduta dei redditi è tale che, "se pure si riuscisse a tornare alle dinamiche di crescita pre-crisi, bisognerebbe comunque aspettare fino al 2036 per recuperare il potere d'acquisto perduto". In termini reali, "il reddito è in flessione ininterrotta dal 2008, con una contrazione cumulata dell'8.7% e una perdita complessiva di 86 miliardi di euro". I consumi delle famiglie, "nel 2009
ancora capaci di contrastare gli effetti della Grande recessione mondiale, sperimentano oggi una flessione di dimensione mai registrata nei quasi 70 anni di vita della Repubblica italiana". Il presidente Carlo Sangalli, ricordando come Squinzi che "il nord è sull'orlo del baratro", ha spiegato che i consumi sono al livello del 2000 e gli investimenti pubblici al 2003". In queste condizioni, hanno chiuso i battenti più di 40mila imprese quest'anno".
Priorità: no aumento Iva. La sterilizzazione dell'aumento dell'Iva in programma a luglio costituisce una priorità. Secondo lo studio, le ragioni a favore di uno spostamento della tassazione dalle persone alle cose mostrano "chiari elementi di debolezza. L'aumento dell'Iva determinerebbe pronunciati effetti regressivi". Sostituire una minore Irpef con una maggiore Iva, sempre secondo la ricerca, penalizzerebbe le famiglie comprese nel primo 50% della distribuzione del reddito, con perdite comprese fra 200 e 50 euro per nucleo familiare. Lo stesso presidente Sangalli ha parlato dell'ipotesi di innalzamento dell'Iva al 22% come di "benzina sul fuoco della recessione". Sul punto si è anche assistito a una contestazione del ministro allo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, che ha detto di "non poter promettere" il congelamento dell'imposta.
Crescita nel biennio all'1,9%. In questo contesto, secondo lo studio la ripresa resta debole e ben sotto le stime del governo: "L'economia italiana continua ad arretrare. Come mostra l'esercizio di previsione, il Pil diminuirà nel 2013 per il secondo anno consecutivo e per la quarta volta dal 2007. Le prospettive di recupero per il 2014-15 appaiono inoltre più deboli di quelle assunte dal Governo nel Def dello scorso aprile: secondo le nostre stime, nel prossimo biennio la crescita cumulata si arresterà all'1,9%, un punto in meno di quanto prospettato nei valori programmatici (2,8%)".

lunedì 20 maggio 2013

Scorpacciata di Btp per le banche

Su Il Giornale si legge:


Nei dodici mesi terminati a marzo le banche italiane hanno puntato decisamente sui titoli di Stato, aumentando la loro esposizione di circa 72 miliardi. L'accelerazione è stata notevole a inizio anno (30 miliardi solo da dicembre). Nei portafogli delle banche, secondo i dati della Banca d'Italia, ci sono così circa 362 miliardi di euro contro i 290 di un anno prima. Un livello importante ma che, secondo l'istituto guidato dal governatore Ignazio Visco, è ancora ben lontano dai massimi degli anni '90. La scelta delle banche ha sostenuto le aste del Tesoro e le quotazioni sul secondario in questi mesi sempre difficili per la crisi del debito sovrano. A far da contraltare, tuttavia, ci sono i prestiti alle imprese non finanziarie che sono scesi - nell'arco di tempo considerato - di circa 29 miliardi di euro, mentre quelli alle famiglie sono diminuiti di 9 miliardi. I due subtotali ammontano rispettivamente a 855 e 606 miliardi per un valore complessivo di 1.461 miliardi (-2,55% su base annua).
«Non c'è domanda per investimenti ma per ristrutturare il debito e magari ripagare le tasse», spiega un banchiere. Le famiglie poi sono alle prese con un calo del reddito e, inoltre, le compravendite di immobili sono crollate. Certo, i tassi rappresentano un'altra barriera: a Roma e Milano un mutuo si paga il 3,9 contro il 2,8 di Berlino e addirittura le nostre aziende pagano quasi il doppio (3,5%) di quelle in Austria. Una differenza che risiede nel fatto che le banche stesse pagano il denaro molto di più delle loro rivali. Dalle banche iniziano comunque ad arrivare segnali di disponibilità a far ricominciare la crescita degli impieghi nel 2013. La pulizia dei bilanci è stata fatta svalutando o azzerando i portafogli sotto spinta della Banca d'Italia. Quest'azione ora verrà estesa a livello europeo sotto l'egida della Bce per rassicurare i mercati che non ci sono perdite occulte nei bilanci degli istituti del Vecchio Continente. Ma, in realtà, solo una ripresa dei Solo una ripresa del pil e della performance delle aziende, può far invertire la tendenza.

martedì 9 aprile 2013

Etf, dove nasce lo spread

Ho trovato un articolo interessante su Morningstar che in poche parole mostra un quadro completo delle principali scelte da fare per una scelta di investimento.

Liquidità del mercato sottostante, numero di market maker e fusi orari sono i principali fattori del divario tra prezzi di acquisto e vendita.

Quando si parla di costi degli Etp (exchange traded product) spesso si fa riferimento solo ai Ter, ossia le commissioni totali annue del prodotto. In realtà, nella scelta di investimento andrebbero considerati anche gli spread bid/ask (offerta e domanda d’acquisto). Abbiamo chiesto a Kris Walesby, Head of Capital markets di Etf Securities, quali sono i principali fattori che influenzano questi spread. Il primo, spiega, è la differenza tra lo spread del prodotto e quello del paniere sottostante. Infatti, anche se non sempre, spesso lo spread dell’Etp è più ampio di quello del suo sottostante. Un altro fattore è la volatilità, legata all’attività dei market maker. Il numero stesso di operatori fa la differenza: la competizione tra loro può portare gli spread verso il basso, mantenendoli vicini al Nav del replicante. Altro effetto di riduzione del prezzo è il fatto che il market maker abbia o meno scorte di Etf, esattamente come un grossista o un commerciante. Tali scorte evitano costi aggiuntivi rispetto al primo prezzo per soddisfare gli ordini che riceve. Ancora, se il mercato primario è chiuso o aperto comporta una differenza di costo. Quando il mercato primario su cui si compra l’Etf è chiuso per festività o altri impedimenti è molto probabile che gli spread siano superiori, poiché il market maker non ha potuto coprirsi nel momento dell’ordine su quel mercato.

Ordini, pochi o tanti
Meglio quindi tanti ordini, anche piccoli, o uno solo grande per rendere un Etf maggiormente liquido? L’ideale sarebbe molti grandi ordini accompagnati da ordini più piccoli (questi ultimi, infatti, denotano una forte presenza di una componente retail). Il problema di avere un solo ordine grande, secondo Walesby, è che “sicuramente è una buona cosa nel momento in cui si verifica, ma potrebbe non riuscire a essere scambiato successivamente.Il market maker è infatti tenuto a operare sul mercato per l’80-90% del tempo di apertura della Borsa, quindi se l’ordine avviene in un momento (nel restante 10-20% del tempo) in cui non è presente il market maker, nessun altro sarebbe in grado di contrattare." Inoltre, se vi è un solo grande ordine non è chiaro se il prodotto sia davvero competitivo, poiché mancano altri ordini con cui fare un confronto. Al contrario avere solo tanti piccoli contratti può far sembrare che non siano possibili ordini di più grande entità. In realtà, nell’universo degli Etf è possibile ricorrere ai “limit order”, definendo un prezzo preciso di vendita e di acquisto dell’Etf. È un metodo che attrae il market maker a operare dinamicamente quando deve negoziare strumenti meno liquidi e dagli ampi spread. In altre condizioni, invece, il rischio di utilizzare un ordine limitato è che non venga eseguito.

Visione di insieme
Il Ter, da solo, non basta a dare una visione complessiva dei costi di un Etf. Oggi, quindi, si sta sempre più diffondendo un approccio metodologico che mira a misurare l’impatto reale dei costi totali per un investitore che sottoscrive e detiene lo strumento per un predefinito periodo di tempo.

giovedì 21 marzo 2013

Stangata Equitalia, interessi di mora aumentano del 15%

Altre brutte notize per i nostri portafogli provengono dal Giornale.

Brutte notizie per le famiglie italiane indebitate fino al collo: dal primo maggio il tasso degli interessi di mora applicato da Equitalia aumenterà del 15%, passando dal 4,55% al 5,22%. Lo riferiscono Federconsumatori e Adusbef spiegando che “la società, già tristemente nota per le cartelle pazze, ancora una volta, vuole fare cassa (per conto dell’Agenzia delle Entrate) con metodi prepotenti ed arroganti”.


Non bastava l’aumento dei prezzi e delle tariffe, non bastava la caduta verticale del potere di acquisto (-14,1% dal 2008) e non bastava neanche l’incredibile livello raggiunto dalla pressione fiscale nel nostro Paese (con aumenti solo nel 2013 di +421 Euro). “Ora – affermano le due associazioni dei consumatori - anche Equitalia dà un ulteriore contributo per accrescere la preoccupazione e lo stato di vera e propria esasperazione in cui si trovano le famiglie”. “Una vera e propria assurdità! – affermano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef – che cade proprio in un momento drammatico per le famiglie italiane che, in molti casi, si trovano in estrema difficoltà anche nel far fronte alle spese più elementari". Per le associazioni piuttosto che pensare ad aumentare i tassi di mora, Equitalia dovrebbe dare la priorità ad una decisa riorganizzazione della struttura, migliorando i pessimi rapporti con il pubblico.
Intanto Codici ha deciso di avviare una petizione popolare nazionale contro Equitalia che sarà presentata al Parlamento e al Governo. “Con il sistema di interessi applicato – ha spiegato Codici - sia in termini di aggio che in termini di anatocismo esercitato, risulta impossibile per il cittadino sanare la propria posizione debitoria. Quest’ultimo, così, si vede pignorare la casa dove vive, o fermare la macchina con cui lavora, facendo venir meno la possibilità di creare un reddito. Tali fenomeni sono contrari ai principi costituzionali che garantiscono il diritto alla casa e al lavoro ( Artt. 1,2,3 e 47 Costituzione Italiana)”.

Sette i punti elencati nella petizione dell’associazione:
  1. Rivedere il sistema di sanzioni fissando un tetto massimo non superiore al 20 % della somma dovuta;
  2. Rivedere il sistema d’ interessi applicati fissando un tetto massimo non superabile pari alla misura del’interesse legale;
  3. Prevedere che per il calcolo degli interessi ( comunque denominati) venga utilizzato il sistema “all'italiana" con un piano di ammortamento semplice, ovvero senza alcuna capitalizzazione e con rate costanti pari al 50% di quota capitale e 50% di quota interessi;
  4. Ridurre tutti i costi e gli oneri aggiuntivi a quelli effettivamente sostenuti;
  5. Dichiarare impignorabile per crediti fiscali e/o tributari gli immobili destinati ad abitazione principale;
  6. Limitare le iscrizioni ipotecarie per crediti non inferiori ad almeno il 40% del valore dell’immobile stesso;
  7. Limitare i fermi amministrativi sui mezzi lavoratori e di trasporto dei debitori per crediti non inferiori ad almeno il 40% del valore del mezzo .

“E’ il momento - ha affermato Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale del Codici - di fermare un sistema esageratamente vessatorio nei confronti dei cittadini italiani.”


martedì 26 giugno 2012

Corrado Passera: Per la crisi è il momento più difficile

Corrado Passera
Corrado Passera
"Un anno difficile e un momento ancora più difficile".
Il Ministro per lo sviluppo economico, Corrado Passera, interpellato a margine di un'audizione alla Camera, ha commentato così il dato sulle vendite diffuso oggi dall'ISTAT che ha mostrato, ancora una volta, un Paese in crisi profonda. Il commercio al dettaglio italiano cola a picco ad aprile più di quanto previsto dagli analisti con un calo congiunturale dell'1,6% e una discesa tendenziale del 6,8%.
Passera ha spiegato che questo crollo potrebbe avere implicazioni negative sul PIL assicurando che "tutto ciò che si può fare per mettere in moto lo stiamo mettendo in moto".

giovedì 21 giugno 2012

Riparti con Eni: in vacanza anche con la crisi, grazie ai maxi sconti sulla benzina

Grande successo dell'iniziativa "Riparti con Eni".
Fino al 2 settembre, durante il week end, sconto sul prezzo della benzina e del gasolio per tutti i consumatori che faranno rifornimento in modalità "iperself" dopo aver effettuato il pagamento mediante gli appositi accettatori di banconote e bancomat.
Si tratta di un'iniziativa unica - spiega Eni in una nota - che rappresenta un segnale forte di vicinanza ai cittadini, e in particolare alle famiglie italiane, da parte della prima azienda petrolifera del Paese. La riduzione del prezzo corrisponde indicativamente a uno sconto di circa 20 centesimi al litro rispetto al prezzo praticato in modalità servito, equivalente ad un risparmio di 10 euro su un pieno da 50 litri. Lo sconto per litro è pari a circa due volte lo sconto massimo finora praticato dalle stazioni no logo e dalla grande distribuzione. Lo sconto è disponibile su circa 3.000 stazioni Eni ed Agip, capillarmente diffuse in tutto il territorio italiano, dal sabato alle ore 13 alla mezzanotte della domenica, fino ad esaurimento delle scorte in ciascuna stazione aderente. Per limitare al massimo l'eventualità che gli impianti possano interrompere le vendite nel corso del week end a causa dell'esaurimento del prodotto, Eni in via eccezionale li rifornirà anche nel corso della giornata di domenica. Allo scopo di facilitare la comunicazione dell'offerta in maniera trasparente, ogni settimana Eni determinerà, in base all'andamento delle quotazioni Platts, due prezzi - uno per la benzina e l'altro per il gasolio - uguali su tutto il territorio nazionale durante gli orari della promozione e validi per le stazioni aderenti ad iperself. I listini dei prezzi continueranno ad essere diversificati per ogni stazione di servizio nel resto della settimana.
Nel corso dell'iniziativa, Eni venderà eccezionalmente al di sotto dei propri costi, investendo sul rapporto con i consumatori italiani, con l'obiettivo di fornire al Paese un contributo concreto per "ripartire insieme". Inoltre, sempre in occasione dei week end interessati da questa operazione, gli eni cafè rimarranno aperti sino alle ore 24 con un'offerta di qualità a prezzi speciali (colazione a 1,50 euro; pranzo a 5 euro) e promozioni anche su bibite e gelati da asporto. (AGI) .

venerdì 1 giugno 2012

Paolo Scaroni: Il caro-benzina dipende dal nostro stile di vita

Paolo Scaroni, l'amministratore delegato di Eni, in occasione del Day Rotary Patavini, sul tema "Energia e politiche dello sviluppo", ha lanciato una interessante provocazione: in un’epoca di consumi elevati come quella in cui stiamo vivendo, se il prezzo della benzina è così alto, dipende anche dal fatto che noi non riusciamo a farne a meno: consumiamo comunque così tanto che la benzina era e resta necessaria, quindi preziosa e costosa.
Paolo Scaroni
Paolo Scaroni
"Ci lamentiamo per l'eccessivo costo della benzina? - ha detto Paolo Scaroni - Se il prezzo è considerato elevato, la colpa va attribuita al nostro stile di vita. Non siamo disposti, infatti, a rinunciare a nulla: ciò significa che il petrolio non ha raggiunto ancora un costo tale da essere ritenuto insostenibile e da provocare, quindi, un mutamento del nostro modo di vivere". Paolo Scaroni ha aggiunto che la crisi dell’Iran pesa ai 15 ai 20 dollari al barile: “È vero che sul prezzo del greggio influiscono speculazione e rischi internazionali, ma è altrettanto vero che l'Occidente non fa nulla per ridurre i consumi. In 20 anni il costo del petrolio è cresciuto di dieci volte, eppure i consumi non sono calati”.

martedì 3 gennaio 2012

Spagna: la disoccupazione cresce ancora

La Spagna ha quattro milioni e 400 mila disoccupati. E’ la cifra più alta dall’inizio della crisi, nel 2008, pari al 21,52% della popolazione. Il 45,8% dei giovani tra i 16 e i 24 anni sono senza lavoro. I dati, registrati a fine dicembre dall’Istituto Nazionale di Statistica, fotografano una situazione peggiore rispetto al 2010. E’ confermato l’ulteriore deterioramento dell’economia spagnola, che stando agli esperti scivolerà nuovamente in recessione.

A Madrid e Murcia sono già iniziati i saldi. Quest’anno ci si attende un aumento delle vendite. Sentiamo perché dal Presidente della Federazione Indipendente dei Consumatori:
“Non è che la situazione economica sia migliorata, è solo che tutti hanno aspettato i saldi per comprare ciò di cui avevano bisogno”.

Rilanciare l’impiego e l’economia è tra gli obiettivi del nuovo governo conservatore di Mariano Rajoy, entrato in funzione il 22 dicembre.

In settimana sarà proposta una nuova riforma del lavoro, mentre il piano di rigore sfiora i nove miliardi di euro. Tra le ricette, aumentare le imposte.
(da Euronews)

mercoledì 16 giugno 2010

Confcommercio: per la crisi, la guardia resti alta

"A consuntivo del pesantissimo biennio che abbiamo alle spalle, oggi può essere detto che la grande depressione è stata evitata e che l'economia mondiale ha imboccato il percorso di uscita dalla grande crisi". Tuttavia, "le conseguenze della recessione sono tutt'altro che superate e, di certo, la crisi non è archiviata", pertanto "la guardia va mantenuta alta".

Lo ha detto durante l'assemblea di Confcommercio, il presidente Carlo Sangalli, tracciando lo scenario economico internazionale.
"Per il corretto funzionamento del sistema bancario e finanziario - ha spiegato - resta tuttavia piu' che mai urgente, sulla scorta del decalogo dell'Ocse, la definizione e l'attuazione di standard legali su scala globale. E resta, ancora, il nodo degli squilibri delle bilance commerciali. I rischi di ricaduta, soprattutto in Europa, permangono elevati per debolezze strutturali di lungo periodo, che si sono puntualmente riflesse in una contenuta dinamica di crescita di lungo periodo. Si sono inoltre accumulati ingenti debiti pubblici", mentre "i mercati finanziari non fanno sconti. In simili condizioni, la speculazione finanziaria trova poi lucrose prospettive di azione"ha aggiunto.

Secondo Confcommercio, "la miccia della Grecia ha rischiato di innescare una crisi sistemica dell'euro e dello stesso progetto politico europeo. E' stato un bene, allora, che l'Europa - superando incertezze e titubanze che molto hanno nuociuto - abbia scelto di agire in maniera coordinata ed energica".
(MF Dow Jones)

lunedì 26 ottobre 2009

Trimestrali: AMD ancora in crisi

A causa della crisi economica, sono ancora in chiaroscuro le prestazioni di alcune grandi società attive nel comparto dell'informatica. I recenti dati sulle trimestrali di cassa di AMD, per esempio, dipingono una situazione poco incoraggiante. Il produttore di microchip ha registrato nel corso dell'ultimo trimestre perdite per 128 milioni di dollari, pari a 18 centesimi di dollaro per azione. Una prestazione certo non esaltante, ma inserita in un trend positivo di riduzione delle perdite rispetto a un anno fa, quando la società registrò una flessione pari a 134 milioni di dollari. Il reddito operativo aziendale si è attestato intorno ai 76 milioni di dollari, circa la metà di quanto totalizzato nel medesimo periodo del 2008, ma di 4 milioni di dollari al di sopra della prestazione nel precedene trimestre. Complessivamente, i ricavi della società sono diminuiti del 22% portandosi a quota 1,4 miliardi di dollari. Una flessione notevole, ma comunque distante dalla riduzione del 30% prevista dagli analisti. Le prestazioni di AMD sono state condizionate non solo dall'attuale stato della società, che distribuisce il 20% circa dei microprocessori su scala globale, ma anche dalla contrazione delle vendite nel comparto dell'informatica riscontrata nella prima metà dell'anno.

lunedì 12 ottobre 2009

La crisi ci deprime. Ma meno che all'estero.

Secondo la società italiana di psichiatria «Cresce del 30 per cento l'incidenza di ansia, del 15% il numero dei pazienti depressi». Le cause? secondo i dottori sarebbero l'incertezza sul lavoro e precarietà economica. In pratica, la crisi ci fa ammalare.
Ci fa sentire però più ottimisti il presidente della Società, Alberto Siracusano, che riconosce: «Il nostro sistema sociale ha funzionato in modo più sano rispetto ad altri Paesi. Sicuramente c'è un collegamento tra le difficoltà economiche e il verificarsi di una situazione di grande tensione e disagio». Altrove i dati suggeriscono paralleli sconcertanti. «Si registra un rapporto tra l'aumento del tasso di disoccupazione e l'aumento dei suicidi soprattutto tra le persone di età compresa tra 55 e 60 anni. Casi frequenti in Paese come Belgio e Stati Uniti, che hanno vissuto una catena di morti legata alla crisi delle aziende». Da noi niente di tutto questo, per fortuna. «In Italia - spiega Siracusano - non succede, ma indubbiamente c'è rispetto alla precarietà e alla incertezza una maggiore ansia e depressione. La crisi, tuttavia, ha avuto un'intensità meno negativa di quanto sia accaduto all'estero».

mercoledì 7 ottobre 2009

Crisi: ecco la geografia del nuovo Made in Italy

Viene presentata oggi a Milano la ricerca “ITALIA, Geografie del nuovo Made in Italy”.
Come sta affrontando questa fase economica il Made in Italy? Quali sono gli elementi di forza su cui stiamo puntando per uscire dalla crisi? Quali sono i settori strategici per il futuro del Paese?
La ricerca, curata da Symbola Fondazione per le qualità italiane e Fondazione Edison, cercherà di rispondere a queste domande, cogliendo nelle caratteristiche del nostro sistema produttivo, le radici di una scommessa sul futuro.
(fonte ItalPlanet News)

mercoledì 26 agosto 2009

Aumentano i protesti, Adiconsum chiede moratoria

“I recenti dati di Unioncamere sui protesti elevati nel primo semestre del 2009 dimostrano come la situazione finanziaria del nostro Paese sia molto grave.
L'aumento dell'ammontare, del numero e dell'importo medio dei protesti è un dato molto preoccupante, che dimostra come imprese e famiglie stiano soffrendo in maniera al limite della sopportabilità. Lo si legge in una nota di Adiconsum.
Per le imprese l'Associazione Bancaria Italiana ha sottoscritto un accordo con la Confindustria per una moratoria dei debiti di dodici mesi.
La stessa soluzione dovrà essere trovata anche per le famiglie, tenuto conto che le poche altre misure fin qui ricercate non hanno avuto l'effetto sperato.
Adiconsum, a fronte della crisi delle famiglie, chiede:
- Al Parlamento di approvare immediatamente alla riapertura dei lavori, dando anche sede legislativa alla Commissione Giustizia, la riforma della legge sulla prevenzione usura che contiene anche la normativa per far fronte al sovra indebitamento delle famiglie.
- Al Governo di emanare un decreto d'urgenza per bloccare o sostenere economicamente tutte le categorie deboli, a partire dai pensionati e dalle famiglie con persone diversamente abili, i prezzi delle principali utenze. Un intervento urgente deve essere fatto anche sul prezzo dei carburanti, che seguitano ad aumentare nonostante il prezzo del petrolio si sia fermato e in più occasioni ridotto.
- All'Associazione Bancaria Italiana di sottoscrivere con le rappresentanze nazionali dei consumatori un accordo bilaterale per estendere alle famiglie la moratoria concessa alle imprese.
La crisi che rischia di aggravarsi nel secondo semestre quando esploderanno tutti i problemi legati ai licenziamenti, alla cassa integrazione e alla crisi dei consumi si combatte e si vince non con le promesse, ma con l'attuazione di misure semplici e concrete.”
(Teleborsa)

martedì 28 luglio 2009

Crisi: i commercianti sono ottimisti

Tra i commercianti italiani torna l'ottimismo.
Lo rivela la quarta edizione dell’Osservatorio trimestrale sui consumatori 2008-2009 di Ispo che indaga le aspettative nutrite dalla rete di distribuzione italiana nei confronti dell’economia italiana e dell’andamento dei consumi nel prossimo futuro, oltre ad alcuni loro atteggiamenti nei confronti del credito al consumo.
Secondo l’indagine, quasi la metà degli addetti alla distribuzione (il 47 %) si aspetta che nei prossimi mesi l’andamento dei consumi in Italia registri un miglioramento, più o meno netto; a marzo erano solo il 27 %. Rimane il 53 % degli intervistati con attese più pessimistiche, ma a marzo la medesima categoria raccoglieva ben il 73 % dei casi.

mercoledì 15 luglio 2009

Crisi: piu' penalizzato chi ha investito solo sul marchio

"E' un segmento particolare, che non va per tutti allo stesso modo. Ci sono aziende che hanno impostato la propria strategia sul marchio senza badare ai prezzi, pensando che marchio e pubblicita' coprano sempre tutto. Queste aziende subiscono la crisi in modo forte". Sono parole di Diego Della Valle, patron di Tod's, intervistato da MF-Dow Jones News.

Il manager ha sottolineato come il suo gruppo sia stato "tra quelli che hanno lavorato per continuare a fare prodotti di grande qualita' non soggetti a mode." Secondo Della Valle "Questi gruppi hanno potuto gestire la crisi con buoni risultati perche' hanno pensato al consumatore che non vuole spendere meno ma vuole possedere beni da utilizzare per lungo tempo".

venerdì 3 luglio 2009

Borse: quali conferme per rientrare nel mercato

"E' sorprendente quanto gli umori cambino velocemente in questo periodo, sull'onda delle dichiarazioni contraddittorie di istituzioni di prestigio (ieri la Banca Mondiale a fornire una previsione molto diversa da quella del Fondo Monetario Internazionale).
L'osservatore è confuso: oggi la BCE inizia il suo programma di immissione di liquidità a favore delle banche (a differenza di Stati Uniti e Gran Bretagna l'istituto europeo non riacquista titoli "tossici" sul mercato ma continua con massicce iniezioni di liquidità), mentre Passera dichiara che Banca Intesa ha montagne di liquidità disponibili per gli imprenditori, che però non le utilizzano.
Ci si immaginerebbe quindi che, unica nel panorama europeo, Banca Intesa non utilizzerà questa finestra di liquidità. Dubitiamo seriamente che sia possibile.
C'è poi un comportamento degli operatori sempre criticabile. Enel sale nell'ultimo giorno del collocamento per poi crollare il giorno successivo, difficile non vedere una regia.
Gli indici manifatturieri e dei servizi in Europa diffusi stamane segnalano tutti ancora una contrazione maggiore delle attese e l'indice di fiducia delle imprese tedesche diffuso ieri è risultato positivo per le aspettative, non per le condizioni attuali.
Che ci sia stata in questi mesi una campagna per riaccendere fiducia nel consumatore e nelle imprese è piuttosto evidente, ma queste operazioni rischiano l'effetto opposto se non sono supportate da dati reali.
Poiché è la borsa statunitense a dettare la direzione degli altri mercati, i segnali che servono per rientrarvi devono venire dalle due variabili che più da vicino toccano il portafoglio delle famiglie, ovvero il prezzo degli immobili e il livello di disoccupazione.
Le indicazioni che per ora arrivano dal mercato immobiliare statunitense sono davvero preoccupanti , a causa dell'aumento dei tassi a lunga il tasso di insolvenza sui mutui è probabilmente destinato ancora ad aumentare.
Sul piano della disoccupazione è stata la stessa amministrazione americana a dichiarare che salirà oltre i livelli attuali (9,4%), sopra al 10%.
Rate dei mutui che salgono in presenza di una disoccupazione che cresce non lasciano molto denaro nelle tasche delle famiglie.
Può darsi che la borsa salga in queste condizioni in presenza di un ottimismo acritico. Ma l'investitore oculato farà bene ad aspettare segni di conferma da questi due indicatori prima di rientrare sul mercato."
(finanze.net)

giovedì 2 luglio 2009

Europa, il vero rischio è la deflazione

"I dati diffusi stamane sui prezzi alla produzione indicano che in Europa vi è un rischio che è forse più pronunciato che altrove: la deflazione, lo stesso male che ha portato ad un impoverimento di un decennio il Giappone. La gente consuma poco ed i prezzi alla produzione (ad Aprile il prezzo del petrolio aveva già iniziato a salire) scendono. I salari quindi scendono, così come il prezzo delle case.
I prezzi al consumo vedranno con ogni probabilità una caduta ancora maggiore, perchè la domanda si contrae. Tale fenomeno sarà aggravato dall'apprezzamento dell'Euro cui il maldestro intervento di ieri della Merkel ha dato un'ulteriore spinta.
Le banche centrali sono obbligate ad effettuare massiccie operazioni di riacquisto titoli e , contrariamente a quanto tutti oramai credono in questa fase, il rischio maggiore è ancora la deflazione, o la Fed avrebbe già iniziato ad alzare i tassi. L'unica spinta inflazionistica viene dal petrolio, per ragioni non legate alla domanda ma all'offerta, mentre si continua a non avere un serio piano energetico paneuropeo.
Invece che fare campagna pre-elettorale, i politici dovrebbero favorire il coordinamento delle politiche monetarie dei vari blocchi, cosa che tranne nel periodo di più acuta crisi non sta più succedendo."
(finanze.net)

venerdì 26 giugno 2009

L’aumento di capitale è sempre più diffuso

La già lunga lista delle società che hanno avviato misure di rafforzamento patrimoniale (Pirelli Re, Camfim, Enel, Sam, Seat, Tiscali… solo per citare alcuni casi italiano, ma la tendenza è largamente diffusa in tutta Europa) è probabilmente destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi mesi.

Si tratta ovviamente di un effetto della crisi finanziaria, che ha posto alle aziende gravi problemi che meno di un anno fa sarebbero stati facilmente evitati. Trovarsi improvvisamente con una domanda di prodotti o di servizi inaspettatamente più bassa anche di molti punti percentuali rispetto alla norma mette la struttura finanziaria di qualsiasi impresa sotto stress, sia perché con meno ricavi diventa più difficile onorare le scadenze del debito, sia perché è facile ritrovarsi alle prese con un’esplosione imprevista del circolante. Alcune società invece si sono trovate improvvisamente “fuori mercato”, dopo essere state abituate per anni a condurre la propria attività con alti livelli di debito e la pressione delle banche creditrici, a vario titolo, è stata tale che si è dovuta cambiare la modalità stessa con cui si era operato fino a pochi mesi prima. Tanto debito in caso di attività profittevole, specie nel breve periodo, non fa altro che aumentare i ritorni dell’azionista ma per ovvi motivi rende la società più esposta ai rischi derivanti da momenti di incertezza e recessione.

Non sono quindi solo le banche ad avere calcato troppo la mano con l’assunzione di rischi insostenibili nel medio-lungo periodo o a essersi trovate impreparate e inadeguate alle mutate condizioni di mercato, ma anche parte del mondo produttivo.

C’è da dire che le uniche a non avere perso il proprio “sano” sospetto verso debiti ingiustificati e operazioni finanziarie stranamente alla moda sono state le piccole imprese italiane.